
Lago di Albano e Castel Gandolfo
Le varietà linguistiche dei Castelli Romani
di Nicoletta Della Penna
Con l’espressione Castelli Romani si indica convenzionalmente un gruppo di centri situati sui Colli Albani, a sud-est di Roma, disposti lungo un arco collinare di origine vulcanica. Nel senso più ampio, i Castelli comprendono oggi sedici comuni: Albano Laziale, Ariccia, Castel Gandolfo, Colonna, Frascati, Genzano di Roma, Grottaferrata, Lanuvio, Lariano, Marino, Monte Compatri, Monte Porzio Catone, Nemi, Rocca di Papa, Rocca Priora e Velletri.
La denominazione «Castelli Romani» non è molto antica, ma si afferma solo nella seconda metà dell’Ottocento e nasce per descrivere un insieme di località storicamente legate a Roma, spesso caratterizzate dalla presenza di veri e propri castelli medievali appartenuti alle grandi famiglie baronali. La prima attestazione dell’intera locuzione, peraltro, presenta una caratteristica associazione
enologica, che risuona ancora oggi in qualche stornello: in un’opera del 1879 di Oreste Raggi (I Colli Albani e tuscolani descritti ed illustrati da Oreste Raggi), si legge infatti l’espressione «vini delli castelli romani» riferita proprio alle località dei colli albani e tuscolani.
«Ognuno una lingua»
I Castelli Romani costituiscono un’entità uniforme soprattutto dal punto di vista storico, geografico e amministrativo, piuttosto che da quello culturale e – soprattutto – linguistico. La discontinuità linguistica dei Castelli Romani trova una delle sue descrizioni più efficaci già nell’Ottocento, nel sonetto di Giuseppe Gioacchino Belli intitolato Le lingue der monno:
Sempre ho sentito a dì che li paesi
hanno ognuno una lingua indifferente,
che da ciuchi l’impareno a ’ammente,
e la parleno poi per èsse intesi.
Sta lingua che dich’io l’hanno uguarmente
Turchi, Spagnoli, Moscoviti, Jngresi,
Burrini, Ricciaroli, Marinesi,
e Frascatani, e tutte l’antre gente.
I versi belliani, infatti, restituiscono molto bene la spiccata varietà che caratterizza le parlate dei Castelli, per la quale i dialetti di Ariccia, Marino e Frascati diventano vere e proprie lingue straniere (rispetto al romanesco), alla stregua di spagnolo, russo, turco e inglese. Gli studi linguistici condotti sulla zona, avviati già a cavallo tra Ottocento e Novecento, e proseguiti negli anni Novanta da Luca Lorenzetti, confermano l’intuizione di Belli: non esiste un “dialetto dei Castelli Romani”, ma piuttosto un mosaico di varietà locali, differenziate sul piano fonetico e talvolta anche morfosintattico, che convivono entro un perimetro relativamente esiguo, e percepite come ben distinte dagli stessi parlanti.
Alcuni dei fattori che contribuiscono a rendere questa zona una delle una delle compagini linguistiche più interessanti della regione sono da ricondurre alla sua posizione “di frontiera”, a cavallo tra diversi confini: i Castelli Romani, infatti, si collocano appena al di sotto della cosiddetta linea Roma-Ancona, una delle principali demarcazioni linguistiche dell’Italia centrale; inoltre, si trovano all’incrocio tra più varietà linguistiche: quelle di Roma, della Sabina e della Ciociaria. A questi elementi si deve aggiungere lo storico rapporto con la Capitale: il romanesco, ieri come oggi, ha funzionato per l’area castellana come varietà di prestigio, esercitando su di essa una forte pressione (non soltanto linguistica), senza però cancellare del tutto le differenze locali.

I tratti linguistici condivisi
Pur nella loro diversità, le parlate dei Castelli Romani condividono alcuni tratti ricorrenti, soprattutto sul piano morfologico e sintattico. Tra i più caratteristici si possono ricordare:
- l’uso di articoli come ’o / ’u al posto del romanesco er;
- una particolare distribuzione degli ausiliari nei tempi composti (sò visto, sémo visto);
- l’uso di pronomi isso / essa anche in funzione di soggetto (isso ha fatto, essa annava);
- il sistema di dimostrativi tripartito (quisto, quisso, quillo);
- il condizionale del tipo amarìa (invece dello standard amerei).
In alcune varietà sopravvivono anche tratti più rari, come il cosiddetto neoneutro, che distingue tra oggetti concreti e sostanze non numerabili: per esempio lu ferro è ‘il ferro da stiro’ mentre lo ferro è ‘il metallo’, dove alle diverse vocali dell’articolo determinativo corrisponde un diverso significato.
La situazione degli studi
Accanto agli studi linguistici specialistici, esistono anche strumenti divulgativi utili per avvicinarsi alle varietà dei Castelli Romani. Un esempio significativo è il Dizionario del dialetto genzanese di Mirco e Alessandro Gallenzi (Londra, Alma books, 2020), che raccoglie lessico, modi di dire e usi locali, offrendo una preziosa testimonianza della parlata contemporanea di Genzano mantenendo uno sguardo verso le sue fasi più antiche. Dal punto di vista storico, invece, la documentazione è estremamente limitata. Per l’area dei Castelli Romani disponiamo solo di pochi testi medievali, oggi fondamentali per ricostruire il quadro linguistico del passato: il Breve papale di Genzano (1399), gli Statuti volgari di Nemi (XIV secolo) e alcuni documenti velletrani, tra cui i Capitoli del Monte di Pietà del 1470. Proprio questa scarsità ha fatto dei Castelli Romani una vera e propria “zona grigia” negli studi dialettologici, rendendo ancora più prezioso ogni frammento linguistico giunto fino a noi.

Un libro pubblicato da Nicoletta Della Penna nel 2025