di Alice Di Cocco

Facciata della chiesa di S. Rocco ad Arsoli. Crediti: Pro Loco di Arsoli.
Anche nel passato si scriveva sui muri
Nell’immaginario collettivo, il termine graffito è generalmente associato alle scritte realizzate a spray sui muri di paesi e città, spesso caratterizzate da contenuti irriverenti, ironici o sentimentali. Meno noto è che la pratica di scrivere sui muri, pur se con altre modalità, è attestata fin dai tempi più antichi. In Italia, il caso più celebre è quello dei graffiti della città di Pompei, distrutta nel 79 d.C. da un’eruzione del Vesuvio: questa circostanza, nella sua tragicità, ha favorito la conservazione, sulle pareti di molteplici edifici cittadini, di graffiti caratterizzati dai contenuti più disparati, dalla propaganda politica alle oscenità, passando per veri e propri componimenti poetici. Di grande interesse, tra VIII e IX sec., è anche il graffito della catacomba romana di Commodilla, in quanto il significato del testo, che recita Non dicere ille secrita a bboce, è stato a più riprese dibattuto dalla critica fino a tempi recenti. L’ultimo interprete, Luigi Spagnolo, ipotizza che la frase sia un invito a non dire i peccati ad alta voce durante la confessione (Spagnolo 2024).
Naturalmente, i graffiti antichi hanno una serie di caratteristiche diverse da quelli contemporanei: si tratta di testimonianze alfabetiche, figurative o miste realizzate su superfici non originariamente concepite come supporto scrittorio, siano esse artificiali, come l’intonaco di un affresco, o naturali, come le pareti di una grotta. Tra le principali tipologie di graffito, determinate su base contenutistica, è possibile ricordare almeno quelle di carattere devozionale e liturgico, particolarmente diffuse nel medioevo, e quelle di tipo cronachistico, memorialistico, amoroso e carcerario, che si affermano tra tardo medioevo ed età moderna.

Graffiti cinque-secenteschi della chiesa di S. Rocco. Crediti: Pro Loco di Arsoli.
Spontaneità e immediatezza del graffito
I graffiti sono spesso incisi sui muri usando oggetti di fortuna, ma possono essere eseguiti anche con altre modalità, come la sanguigna, il carboncino, il colore. I caratteri più tipici del graffito sono la spontaneità, intesa come produzione autonoma e indipendente, e l’immediatezza della realizzazione, ovvero l’assenza di progettazione pregressa. Va poi sottolineato che, nel passato, la pratica dello scrivere sui muri non aveva gli attuali connotati di illiceità e trasgressione, sicché il fenomeno interessava tanto le classi subalterne quanto il ceto ecclesiastico e quello nobiliare.
In area laziale, un particolare interesse assumono i graffiti della chiesa di S. Rocco ad Arsoli, studiati per la prima volta da Walter Pulcini e databili tra Cinque e Seicento (Pulcini 2012). Essi rientrano nella tipologia cronachistica, in quanto tramandano fatti che hanno interessato la comunità locale, come scontri armati, carestie, eventi meteorologici. Si riportano di seguito, nella lettura fornita da chi scrive, alcune iscrizioni rilevate nel sito a seguito di un sopralluogo svolto nel 2024:
● «A dì 17 di aprile 1590 la neve ricop(er)se il piano e li monti d’Arsoli.
● «A dì 25 di magio 1591 Marco de Sciarra, Pacchiarotto et Petrangelo con 789 banditi asculani et del Tronto con 200 a cavallo scaramucciorno [‘battagliarono’] sei hore in Arsoli.
● «Il mese di genaro 1598 la neve durò un mese per la terra et oliveti.
● «1614 a 8 di maggio fioccò [‘nevicò] et ricoperse li monti.
Il muro come bacheca della memoria popolare
Questi graffiti, insieme ad altri rilevati sulle pareti della chiesa, rendono evidente la funzione memoriale assunta dal luogo di culto, percepito dagli scriventi come una vera e propria bacheca su cui fissare gli eventi salienti che hanno interessato la comunità nel corso del tempo: un interessante parallelo emerge, all’incirca alla medesima altezza cronologica, con la chiesa di S. Silvestro all’Aquila, ricca di attestazioni di carattere analogo (Di Cocco 2025). Nel complesso, casi simili ben si collegano con quanto osservato dalla storica della lingua Rita Fresu (2014), la quale, in uno studio sulle più tradizionali cronache documentarie, rileva come circostanze percepite come drammatiche o eccezionali abbiano spesso favorito l’avvicinamento di persone comuni alla scrittura, anche al fine di lasciarne memoria presso i posteri (Fresu 2014).

Affresco della chiesa di S. Rocco. Crediti: Pro Loco di Arsoli.
Foto tratte dal sito Pro Loco ® Arsoli, previa autorizzazione della presidente, arch. Chiara Bruni, che ringraziamo vivamente <https://www.prolocodiarsoli.it/chiesa%20di%20san%20rocco.htm>.
Bibliografia
Di Cocco, Alice (2025). Graffiti quattro-cinquecenteschi in volgare aquilano: osservazioni linguistiche, in Innovamenti. Spazi e percorsi di innovazione per una ricerca multidisciplinare, a cura di Bora Avşar et al., Siena, Edizioni Università per Stranieri di Siena, pp. 43-51.
Fresu, Rita (2014). Scritture dei semicolti, in Storia dell’italiano scritto, a cura di Giuseppe Antonelli / Matteo Motolese / Lorenzo Tomasin, vol. 3, Roma, Carocci, pp. 195-223.
Pulcini, Walter (2012). Affreschi e graffiti nella chiesetta di S. Rocco ad Arsoli, «Aequa: indagini storico-culturali sul territorio degli Equi», 51, pp. 70-73.
Spagnolo, Luigi (2024). I segreti di Commodilla. Una nuova ipotesi esegetica per il graffito in volgare, «Contributi di filologia dell’Italia mediana», n.s., 1, pp. 11-39.