Che sorpresa Topolino romanesco!

Dopo il successo conseguito da una storia a fumetti di Topolino in milanese, fiorentino, napoletano e catanese uscita a gennaio 2025, ne è stata pubblicata ad aprile un’altra in torinese, veneziano, barese e romanesco. Ora che un po’ tutti gli italiani hanno una conoscenza almeno decente della lingua nazionale non avrebbe più senso la vecchia tendenza di non pochi genitori a impedire o limitare l’uso del dialetto da parte dei figli, persino nei contesti familiari e informali. Viva quindi l’impiego del dialetto o di una varietà locale dell’italiano, in particolare quando possiamo riconoscervi la ricerca di una particolare energia espressiva invece che un segnale di scarsa cultura, smentito all’occorrenza dal sicuro ricorso alla lingua standard del medesimo parlante.

In un contesto di pressoché generale diffusione dell’italiano, anche i giovani lettori di Topolino potrebbero anzi trovare qualche motivo di curiosità o di interesse da una riflessione sulle differenze tra le forme abituali dell’italiano scritto e quelle molto più insolite del dialetto scritto.

Qui ci soffermeremo ovviamente sul Topolino romanesco, alla cui traduzione dall’italiano ha provveduto brillantemente il linguista Daniele Baglioni. I celebri personaggi del fumetto usano quindi forme come comanna per comanda, penzate per pensate, arivo per arrivo, varvole per valvole, avo per avevo, vojo per voglio, sentimo per sentiamo, venì per venire e così via. Abbondano in particolare le espressioni del neoromanesco gergale: pischelle ‘fidanzate’, sòla ‘delusione’, ’na cifra ‘tanto’, scialla ‘stai tranquillo’, stà a rota ‘essere ossessionato’ (dal linguaggio della droga).

Oltre alle forme ridotte a per la, o per lo, e per le, i per li (a casa ‘la casa’, o sento ‘lo sento’, e guardie ‘le guardie’, i vedo ‘li vedo’), troviamo anche le sequenze aa, ee, ii e oo inesistenti in italiano, ma affermatesi nel romanesco basso dall’inizio del Novecento: naa ‘nella’, chee ‘con le’, pii ‘per i’, too ‘te lo’. Una volta indebolita e infine caduta la l, le vocali si sono assimilate e poi integrate tra loro, facendo prevalere la seconda in versione allungata. Nel caso di pii ‘per i’, si parte dal romanesco pe li, cade la l e resta appunto la i lunga, che individua il maschile plurale; al femminile plurale si ha invece pee ‘per le’.

Gli stessi sviluppi sono alla base di forme come quoo, quaa, quee, quii ‘quello, quella, quelle, quelli’ che possono apparire nella pronuncia veloce del romanesco di registro trascurato. Si tratta di fenomeni che rientrano nella cosiddetta “legge Porena”, dal nome dello studioso, Manfredi Porena, che per primo li descrisse nel 1925. Va detto tuttavia che i poeti romaneschi contemporanei tendono a evitare la legge Porena e le forme gergali del neoromanesco, ribattezzato spregiativamente come “romanoide”, e preferiscono ispirarsi alla tradizione del romanesco belliano e trilussiano.

Da topo imborghesito a sorcio romanaccio

Apprezzata l’indubbia originalità dell’iniziativa e sottolineata in particolare la perizia del traduttore, si può comprendere un certo senso di spiazzamento del lettore per il brusco passaggio dal variegato ma decoroso italiano colloquiale di eroi “borghesi” come Topolino e i suoi compagni al sottomondo espressivo dei “coatti” della periferia romana. L’effetto straniante è accresciuto dalla forte concentrazione degli elementi linguistici bassi e gergali, la cui frequenza nei dialoghi del fumetto supera ampiamente quella riscontrabile in dialoghi reali. Lo scopo a cui mira questo rovesciamento delle originarie coordinate linguistiche di Topolinia non è certo dare una rappresentazione puntuale della parlata di un determinato gruppo o campione di romani, ma è invece evidenziare e radunare giocosamente le numerose deviazioni dall’italiano standard presenti nel grande calderone del romanesco contemporaneo. In questa prospettiva, l’operazione risulta pienamente riuscita, con qualche accettabile rischio di ipercaratterizzazione dialettale.